DE BLAU FU | TESTO DI DARIO TRENTO

Le macchine di Bocchini e la città postmoderna

(Dalla presentazione in catalogo di Dario Trento)

Il 1964 ha segnato un passaggio epocale per l’arte che ha visto, in contemporanea, la morte di Morandi e l’affermazione mondiale del pop americano alla Biennale di Venezia.
Il 1964 è anche l’anno di pubblicazione di uno dei testi di impegno civile del dopoguerra italiano, tra Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani,
Arte per gioco di Federico Moroni.
Nato da una esperienza didattica condotta attraverso il disegno e la pratica contemporanea dell’arte nella frazione rurale del Bornaccio presso Santarcangelo di Romagna, si presenta come lo stupendo affresco del paesaggio antropologico di una periferia rurale italiana.
Mettiamo a fuoco un dettaglio: “Un barattolo vuoto da conserva si trova dappertutto. Accanto al fosso nascosto fra le ortiche, per uno spazio libero dove le famiglie scaricano i bidoni delle immondizie, i barattoli vuoti da conserva stanno coi gusci d’uovo, la cenere, gli ombrelli, le penne di pollo, le scarpe, i cartocci vuoti e le scatole di cartone… Ma i barattoli che da tempo sono nell’immondezzaio, quelli ammaccati per i fossi, seminterrati per i greti, pieni di terra povera per il geranio del cortile, hanno un colore rosso di un tempo solare più eterno del pompeiano remoto nei millenni, più salubre del fiammingo e del purpureo antichissimo.
Basta vederlo per fermarsi e capovolgere il barattolo perché le lettere in nero non siano da leggere, ma rimandino il rosso a una lontananza più profonda del tempo, assieme all’oro stinto del leone, dei bordi, del coperchio e del fondo, e al bianco minimo delle lettere piccole: rosso con ritmi neri, bianchi rari, ori alterati, ruggine e terra dai buchi della corrosione: manto per re da fossato e da siepe di canne; copricapo da Fortunello.”
Francesco Bocchini viene dalla medesima periferia, ma il paesaggio in cui egli si muove si presenta adesso completamente rivoluzionato, sommerso dalla colata di cemento che ha depositato sulla costa di Romagna alberghi, discoteche, autostrade, superstrade e acquafan e che passa dal pieno ossessivo e rumoroso dell’estate al vuoto spettrale dell’inverno. In quella forma la Romagna, così ben descritta in Rimini di Tondelli, è uno degli spazi più moderni del mondo, ma dietro la sua facciata tirata a lucido c’è ancora una periferia che riceve le sue scorie e ospita gli eserciti di persone impegnate nel suo funzionamento.
Da questa posizione lavora Bocchini. Che intorno al 1988 la sua operatività si sia concentrata su latte e ferri smaltati per produrre macchine di marchingegni elementari (come quelli dei giochi dei bambini) e inesorabili (come la lama della ghigliottina) lo si può spiegare con gli strumenti della storia e dell’attualità: la Romagna ha prodotto le periferie cinematografiche di Fellini, dei poeti dialettali di Santarcangelo di Romagna e di una koinè di teatro che in questi anni ha raggiunto l’Europa. In queste diverse esperienze c’è la continuità del rapporto fisico con la materia visiva, linguistica e scenica che ci riporta alle visioni di periferia di Federico Moroni come ai marchingegni di Bocchini, ma c’è anche la violenza espressionistica dell’urlo e dello sberleffo che arriva a farsi posizione morale. Se il luogo delle prese di posizione di Bocchini è la periferia, il luogo cui si riferiscono i meccanismi è la metropoli. Lo dicono per prime le matrici delle sue invenzioni: la testa del pittore C.Soutine esche dagli schizzi degli artisti futuristi, dada e costruttivisti: ma se è così, allora le sue articolazioni possono passare all’acciaio cromato e il suo moto alla forza motrice dell’elettricità, o addirittura al segnale virtuale per il video.
Ogni lavoro di Bocchini è un proiettile lanciato verso la metropoli postmoderna, ma risulta efficace solo se lacera l’ipnotico muro digitale che la circonde e difende.